La storia di Anne L’Événement: l’intervista a Audrey Diwan
Esce nelle sale italiane, La storia di Anne L’Événement, Leone D’oro come Miglior Film al Festival di Venezia 2021, di Audrey Diwan e con Anamaria Vartolomei. Cronaca di un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta: una giovane donna decide di abortire per completare i suoi studi e sfuggire al destino sociale della sua famiglia proletaria. La storia della Francia nel 1963, di una società che condanna il desiderio delle donne, e il sesso in generale. Una storia semplice e dura, che ripercorre il cammino di chi decide di agire contro la legge.
Il film non dimostra, non giudica, né tantomeno drammatizza. Segue Anne nella sua vita e nel suo mondo da studentessa, tra il momento in cui aspetta invano l’arrivo delle mestruazioni, e quello in cui la gravidanza è alle sue spalle, in cui «l’evento» ha avuto luogo. Semplicemente – si fa per dire – è attraverso lo sguardo di Anne, i suoi gesti, il suo modo di comportarsi con gli altri, di camminare, i suoi silenzi, che avvertiamo il cambiamento improvviso prodotto nella sua vita, nel suo corpo che si appesantisce, affamato e scosso dalla nausea. Che entriamo nell’orrore indicibile del tempo che scorre e viene scandito in settimane sullo schermo, lo sgomento e lo sconforto per soluzioni che vengono meno, ma, anche – è molto chiara – la determinazione di andare fino in fondo. E, quando tutto si è concluso, sul volto sereno e luminoso di Anne, in mezzo agli altri studenti, si legge la certezza di un futuro di nuovo aperto.
La storia di Anne L’Événement: intervista con Audrey Diwan
Cosa l’ha spinta ad adattare L’Evento, il romanzo di Annie Ernaux?
“Conosco da molto tempo l’opera di Annie Ernaux, la forza del suo pensiero e il suo stile asciutto. Ma ho letto tardi L’evento. Sono rimasta colpita dalla differenza tra una procedura etichettata come aborto clandestino, e la realtà concreta di questo processo. Ho pensato subito al corpo di questa giovane donna, a quello che ha dovuto attraversare, a partire dal momento in cui le è stato detto che era incinta. E il dilemma che ha dovuto affrontare: abortire rischiando la sua vita, o rinunciarvi e sacrificare il suo futuro. Il corpo o la mente. Non avrei mai voluto essere al suo posto. Tutti questi argomenti venivano affrontati in maniera concreta nel libro. Ho cercato di tradurli in immagini, di darne una definizione carnale che permettesse di fare un’esperienza fisica di questo racconto. Un viaggio che spero sia possibile al di là dell’epoca e a prescindere dal sesso.”
Ha parlato con Annie Ernaux di come avrebbe adattato il romanzo?
“Fin dall’inizio. Volevo rispettare il libro e, allo stesso tempo, trovare me stessa attraverso di esso, un percorso scarno ed essenziale. Abbiamo trascorso insieme una giornata durante la quale Annie Ernaux ha accettato di rivivere nel dettaglio quel periodo. Ha chiarito i passaggi più oscuri del testo affinché potessi farmi un’idea più precisa di quello che era il contesto politico. Affinché capissi la paura che pervadeva quelle donne nel momento in cui decidevano di percorrere quella strada. Quando Annie Ernaux mi ha parlato del momento esatto dell’aborto, gli occhi le si sono riempiti di lacrime, ricordi di quello che la società ha imposto alla giovane donna che era. Ero scossa dalla vivacità di questo dolore. Ci ho pensato spesso mentre scrivevo. In seguito le ho fatto leggere le diverse stesure della sceneggiatura, mi ha aiutata a tracciare il percorso più onesto. Un modo di pensare che ha guidato tutta la produzione. Ogni luogo, la scenografia, i costumi, il trucco hanno rispettato quest’orientamento. D’altronde, alla vigilia delle riprese Annie Ernaux mi ha inviato questa frase di Čhekov: Siate giusti, il resto verrà da sé.”
Qual è il senso di adattare oggi questo romanzo?
“Ho la sensazione che quest’argomento verrà ripreso regolarmente, e questo mi sconvolge nel profondo. Non sono sicura sia un tema che possa essere trattato sistematicamente da chi decide di fare un film d’epoca, di trattare una situazione sociale o politica passata. Quando uso la parola «passata», lo dico a prescindere da tutti quei Paesi dove la legge, ancora oggi, non consente l’aborto. L’Événement parla di un momento della nostra storia che è stato poco rappresentato. Ma io credo che un film cinematografico non possa limitarsi al suo soggetto, altrimenti gli si dovrebbe preferire un documentario. Con L’Événement avevo voglia di esplorare delle sensazioni, di trattare quella suspense intima che attraversa tutto il racconto. I giorni che passano, l’orizzonte che si restringe e il corpo come una prigione. E poi non si tratta solo dell’aborto. Anne, il mio personaggio principale, è una disertrice sociale. Viene da una famiglia proletaria, è la prima della sua famiglia ad iscriversi all’università. L’ambiente universitario è più borghese, i codici e la morale più severi. Anne passa da un mondo all’altro celando un segreto che potrebbe mettere fine a tutte le sue speranze. Avere vent’anni vuol dire di per sé cercare il proprio posto nel mondo. Come farlo quando il proprio futuro è messo a rischio in ogni istante?”
Come ha scelto Anamaria Vartolomei, che è in tutte le scene del film, e spesso in primo piano?
“Anamaria Vartolomei aveva, fin dai primi provini, la dimensione fisica necessaria al ruolo, qualcosa che rientra nella dimensione del mistero e della potenza. Ha una pelle diafana, uno sguardo molto interiorizzato e, allo stesso tempo, molto aperto sul mondo, difficile da decifrare e accattivante allo stesso tempo. Trasmette molto con poco, è minimalista nel suo approccio alla recitazione. Sono molto sensibile a questa delicatezza. Abbiamo cominciato definendo il personaggio attraverso il corpo, la postura. Le ripetevo, “Anne è un soldato”, spalle larghe, piedi ben piantati a terra, lo sguardo fiero, pronto ad affrontare il mondo. Era inoltre necessario che esprimesse il suo status di disertrice. Quello che vuol dire sentire continuamente gli occhi degli altri, della società, sulle proprie spalle. Anamaria ha costruito con intelligenza l’armatura di cui il suo personaggio aveva bisogno.”
Avete parlato molto insieme di aborto?
“Sì, di come sia l’evento che trasforma Anne, la determina. Durante tutto il film assistiamo a uno scontro tra il suo corpo e la sua testa. Accettare la sofferenza di uno per la salute dell’altro. C’era in questo un pensiero verticale, che mi ha portata a riflettere molto sul modo in cui la protagonista si definisce, con cui giunge a farsi valere. Ci ho visto anche l’opportunità di raccontare l’ambizione, cosa voglia dire credersi capace di diventare scrittrice quando non è quello per cui si è predestinati. Che cos’è che fa in modo che questa giovane donna si conceda il diritto di pensare, di formulare un giorno questa frase: “voglio scrivere”? Cosa comporta questo a livello sociale? Il mio personaggio, che sceglie l’aborto e scrive il seguito della sua storia. È un atto essenziale.”
Attorno ad Anne ci sono dei ragazzi. Come li ha caratterizzati?
“Il ruolo degli uomini, giovani e meno giovani, è cruciale nel percorso di Anne. Non volevo esprimere alcun giudizio sui miei personaggi, ma inserirli tutti al loro posto: un riflesso della loro epoca. Quando il personaggio di Jean, uno studente amico di Anne (interpretato da Kacey Mottet-Klein), tenta di baciarla con la forza e dice la frase: “In fondo non rischiamo nulla, sei già incinta” avverto questa profonda ignoranza dell’altro sesso nella Francia degli anni Sessanta. All’epoca, la responsabilità della gravidanza ricadeva spesso sulla persona che rimaneva incinta, e su di lei soltanto. I medici con cui parla Anne non hanno tutti la stessa opinione sull’aborto. Anche se tra di loro non ci sono degli eroi, dei militanti che si oppongono a una legge cieca, nessuno condanna l’atto in sé. I personaggi del mio film fanno quello che possono in funzione di quello che sanno e comprendono.”
Perché ha scelto un formato 1.67 per girare questa storia?
“Questo formato stretto mi ha permesso di aggirare l’idea della ricostruzione storica per concentrarmi sull’essenziale. Ci ho visto la possibilità di scrivere il mio racconto al presente. La cinepresa diventa un tutt’uno con l’attrice. Io e Laurent Tangy, il direttore della fotografia, ci siamo ripetuti spesso che dovevamo essere Anne, non guardarla. Laurent e Anamaria hanno lavorato molto per camminare con lo stesso passo, per trovare un ritmo comune affinché i movimenti della macchina sposassero quelli di lei con una delicatezza tale da far dimenticare la macchina stessa. Volevamo ad ogni costo essere alla stessa altezza del personaggio, vedere quello che vede lei, concentrarci su quello che lei guarda. Più va avanti, più il suo cammino diventa tetro. Abbandona un sentiero sicuro per intraprendere un cammino pieno di ombre. E così la cinepresa si mette alle sue spalle, scoprendo insieme a lei, in tempo reale, quello che si nasconde dietro ciascuna porta.”
Possiamo dire che il suo è un film immersivo?
“Era questo lo scopo. Tutta la troupe ha lavorato per mettere in pratica quest’idea: far convergere l’aspetto interiore con quello esteriore, entrare sempre più nella testa della protagonista a mano a mano che la storia va avanti. In tal senso, la componente sonora ha giocato un ruolo fondamentale perché ci troviamo tanto nei pensieri di Anne quanto in un rapporto abbastanza diretto con gli altri. La parte di Anamaria si basava su diversi monologhi interiori accompagnati dalla musica. Anche se non credo che il termine «musica» sia quello più adatto. Ho avuto la possibilità di lavorare con Evguéni e Sacha Galperine. Trovo le loro composizioni molto mentali. Non volevamo cercare una melodia che accompagnasse o definisse un’emozione, ma trovare delle note, degli accordi minimalisti che fossero come delle parole, delle frasi interiori.”
Anche il respiro è un elemento sonoro molto importante…
“Effettivamente è un film incentrato molto “sul respiro”, sempre con l’obiettivo di immergersi nell’intimità del personaggio. Tutto ciò che viene esalato tra le righe attraverso quest’aria che passa e permette una trascrizione carnale delle emozioni. Quello che Anne trattiene quando è in apnea, il momento in cui il suo respiro si fa corto. Che vuol dire rimanere senza fiato? Che vuol dire respirare?”
Oltre al respiro c’è un altro elemento sonoro molto presente: il silenzio. Qual è il suo significato?
“Il silenzio è il soggetto del film, il suo punto di partenza. Nulla deve essere detto o capito. Per tutta la durata del film non viene mai pronunciata la parola “aborto”. Quella che Anne vive è una sofferenza proibita, personale, una lotta interiore. È una sofferenza che non deve far rumore perché, altrimenti, oltre a soffrire rischia di essere condannata dalla giustizia.”
La sofferenza, fisica e morale, è al centro delle scene più scioccanti. Come le ha affrontate?
“Non voglio dire troppo delle scene più dure del film. Non ho mai cercato lo shock. Ma mi sembrava fondamentale non distogliere lo sguardo nei momenti più duri. E, soprattutto, accettare di farli vedere per intero, senza tagli. Perché non volevo delle sequenze teoriche, dove si capisce cosa succede al personaggio senza viverlo.”
Il concetto di tempo scandisce tutto il film, che si svolge come una sorta di conto alla rovescia. Perché ha scelto di indicare sullo schermo lo scorrere delle settimane?
“L’opera originale si basa su un diario. Ho pensato spesso a questa frase che ho letto nel libro: Il tempo aveva smesso di essere un insieme di giorni da riempire con lezioni e mostre, era diventato questa cosa senza forma che cresceva dentro di me. Quest’urgenza la avverto per contrasto: tra il tempo del mondo, quello degli studenti senza pensieri, che si godono l’alba, e quello di Anne, che è una corsa contro il tempo.”
Ciò che colpisce di questo film è come si concentri sul tema dell’individuo che deve poter disporre liberamente di sé stesso, anima e corpo. È per dedicarsi completamente a quest’argomento che non c’è una storia d’amore, perché la protagonista non è innamorata?
“Il mio film non parla di amore, ma di desiderio. L’altro grande soggetto del film, per me molto importante, è il piacere. Anne rivendica il diritto al piacere. Non mi piace l’idea secondo cui il piacere di una donna sia accettabile solo in base ai sentimenti. Da questo punto di vista, nella storia di Anne c’è una pulsione gioiosa e contemporanea. A casa sua, tanta rabbia quanta invidia.”
Quello che più conta, nel suo film, è la libertà?
“La libertà al cinema per me è far esplodere la cornice, esercizio ancora più stimolante perché la mia era molto stretta. La storia di Anne crea come una richiesta d’aria. Per questo era molto importante che le ultime parole del film fossero: “prendete le vostre penne”, e che sullo sfondo si sentisse ancora il rumore della penna sulla carta. Che fosse lei stessa a scrivere il seguito della sua storia, senza permettere a nessuno di imporgliela.”